La griglia usa e getta

Sono veneta, di Martellago, poco più di 20.000 anime in provincia di Venezia. Il veneto, soprattutto le province di Venezia, Padova e Treviso, è terra di grigliatori professionisti. Così almeno pensavo. Poi durante l’Università a Trieste ho conosciuto, oltre confine, altri popoli espertissimi in quest’arte prelibata: sloveni e croati. Alzi la mano a chi non piace il panino con i Civa (ćevapčići)?!!

Qualche anno dopo a San Francisco, durante la parentesi americana, ho imparato a conoscere le pork ribs cosparse di BBQ sauce.

Ma è qui ad Amburgo che ho visto trasformare la griglia da comune tecnica di cottura, a vero e proprio sport nazionale. Qui si griglia di tutto e si griglia dappertutto!

Il cibo alla griglia generalmente piace un po’ a tutti. Personalmente ne associo il profumo all’estate, alle vacanze e alla buona compagna. Quando ripenso alla griglia italian style vedo mio papà che, sin dal mattino, prepara una delle tre griglie professionali in suo possesso. Vedo la Franca, mia mamma, che spacchetta involti pieni di salsicce, braciole e costicine – riformulo – costesine ordinate dal macellaio di fiducia. Mi sembra di vederla, curva sopra il tavolo della cucina, mentre affetta veloce peperoni, melanzane e zucchine per accontentare anche i gusti dei non carnivori, tollerati a tavola perché di famiglia, ma sempre un po’ compatiti e considerati in ugual misura un po’ malati e un po’ sfortunati.

Non che qui, nel profondo Nord, il grigliatore iper-professionista non esista, ricordo ancora una grigliata epica a base di carne e pesce preparata da alcuni colleghi di Daniele qualche mese dopo il nostro arrivo in Germania. La vera peculiarità amburghese però è la griglia veloce e improvvisata.
Complice il primo sole primaverile sono reperibili un po’ dappertutto nei supermercati, ma anche presso alcuni distributori di benzina, delle piccole griglie usa e getta. Si chiamano Einweggrill. Come funzionano? Facilissimo. Grillen – essen – wegschmeißen*.

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Stadtpark, Hamburg, Maggio 2016

Lo so, i barbeque usa e getta esistono anche in Italia – ho controllato – ma ci fosse una volta che ne avessi visto usare uno! Ad Amburgo con 2 fino a 10 Euro (al massimo) si improvvisano grigliatine ovunque: su balconi di pochi metri quadri o minuscoli fazzoletti di prato in centro, lungo l’Elba oppure parco giochi. Ovunque. Una volta ho visto dei ragazzi parcheggiare la macchina e grigliarsi un due Würstchen, lì, proprio davanti alla macchina. Avevano pure trovato un parcheggio carino, lungo l’Alster e con un po’ d’erba intorno. Alle mie bambine sarebbe piaciuto da matti!

Personalmente non ho mai provato la Einweggrill, dunque non posso esprimere un giudizio di prima mano. Ho sentito pareri differenti e contrastanti.
Lo svantaggio maggiore è quello per l’ambiente: si tratta di articoli usa e getta in alluminio; inoltre i modelli più semplici sono sprovvisti anche dei sostegni per proteggere il terreno dal calore prodotto durante la cottura. Il vantaggio è la reperibilità dell’articolo e la relativa velocità di (spre-)preparazione. A fine giornata il più antico degli sms: ‘Arrivo. Butta la pasta’, si può sostituire con: ‘Tira fuori i Wurst. Ho comprato la griglia. P.S. Ci vediamo sotto casa’.

Vado. Mi è venuta fame.

 

* Grigliare – mangiare – buttare via

Baratto moderno

Nella terra delle regole, la regola, parlando di Tauschkiste, è una sola: civiltà. Passeggiando in uno dei quartieri di Amburgo può capitare di imbattersi in piccole costruzioni in legno prive di porta, simili a capanni per gli attrezzi. La traduzione letterale è “cassa dello scambio” ed è un vero e proprio armadio di quartiere nel quale ciascuno può lasciare qualcosa e prendere qualcos’altro in cambio.

Nella Tauschkiste (o Giftbox) di Ottensen, il quartiere di Altona in cui vivo, ho visto più o meno di tutto: libri, vestiario, piccoli oggetti per la casa, giocattoli, oggetti per il cucito, scarpe … E chi più ne ha più ne metta.

La Tauschkiste non appartiene a nessuno ed è di tutti. È del passante curioso che spesso si avvicina a dare un’occhiata e magari se ne va con un vaso blu o una grammatica datata sottobraccio. È anche, e soprattutto, degli abitanti del quartiere che se ne prendono cura, la sorvegliano e si accertano che non venga impiegata come punto di raccolta per rifiuti ingombranti e spazzatura varia.

Dunque, vediamo, io ho lasciato due mensolette IKEA e alcuni vecchi CD. Non li ascoltavo più da anni, soprattutto, infastidivano moltissimo il purismo musicale di Daniele. Diciamocelo, in salotto vicino ai Doors, ai Pearl Jam, ai Nirvana, vedere gli East 17 non fa per niente figo. Tuttavia non riuscivo a buttarli nel cestino convinta che, nonostante tutto, potessero avere valore per qualcuno. Così è stato.

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Tauschkiste, Kemal-Altun-Platz, Hamburg, Maggio 2016

Questa caratteristica della società tedesca mi piace davvero molto. La trovo affascinante e l’ho abbracciata con entusiasmo. Si spreca poco, non si butta niente, si riutilizza e si scambia. Non tutto deve essere sempre nuovo. Non tutto deve brillare e luccicare. Alcuni oggetti acquistano valore con l’uso e con il tempo e, passando di mano in mano, ne sono convinta, diventano più preziosi.

La vita fuoriporta

Sapersi adattare

Da quando abbiamo cominciato la nostra vita fuoriporta, una frase ricorrente di Daniele ha cominciato a perseguitarmi. All’inizio mi irritava un po’, lo ammetto. A lungo andare ho cominciato a trovarla sempre più vicina alla realtà. Il concetto è questo: «Quando ci siamo trasferiti negli Stati Uniti sei diventata americana. Adesso che siamo in Germania sei tedesca». Che dire? Ha un po’ ragione.
L’aspetto che mi intriga di più quando visito per la prima volta un posto nuovo, sono le “usanze locali”. Quando vigono abitudini differenti rispetto a quelle che conosco da una vita, resto affascinata.

Prendiamo la California. Tema: abbigliamento. In quel frangente ho molto apprezzato l’assoluta noncuranza rispetto alla stagione dominante e al parere altrui. È estate ma io ho freddo? Mi metto il piumino e gli UGG col pelo. È inverno ma i piedi mi fano impazzire? Mi metto le infradito, anche con 3˚ C. Più di tutto trovo esilarante che nel weekend la gente esca di casa in pantofole e pigiama per andare a fare colazione da Starbucks. Con mezzo litro di caffè ghiacciato ovviamente.
Quest’ultima è un’abitudine che invece non mi è mai andata giù. Parlo dell’ossessione americana nel trasformare la temperatura esterna. Durante il nostro soggiorno oltreoceano ci siamo fatti questa idea: l’americano vive felice a 68˚ F (circa 18˚ C). D’estate, questo significa ghiaccio dappertutto. Montagne di ghiaccio in tutte le bibite, dal caffè al vino. Anche in quello rosso. Orrore! E poi un freddo terribile in tutti i centri commerciali, nei mezzi pubblici, negli ospedali, nei negozi. Chi è stato negli Stati Uniti sa benissimo di cosa parlo. Ai primi freddi, però, il taxi non è più un semplice mezzo di trasporto. Diventa una sauna a quattro ruote. E vai col riscaldamento al massimo. Se fuori ci sono un paio di gradi, è fondamentale stare dentro in maniche corte o canotta. Così è.
Un’altra consuetudine americana che apprezzo è l’incrollabile gentilezza del personale nei negozi. In tutti. Sempre. Daniele invece ne resta ugualmente intimidito e infastidito. La sua prima volta in un supermercato americano (Whole Foods se non ricordo male) ha cominciato a sistemare la spesa nelle buste sotto l’occhio esterrefatto dei presenti. Dopo un momento il ragazzo addetto a imbustare la spesa (sì, esiste davvero questa figura professionale) ha cominciato a strappargli la roba dalle mani. Let me help you, Sir. Did you find everything okay today? Ops. Prima regola memorizzata: mai imbustarsi la spesa da soli.

Da questo punto vista Daniele si trova più a suo agio con la schietta rudezza del commesso triestino. Una piccola collezione di frasi tipiche, per chi non conosce il genere:

  • no gavemo, no tignimo = non ne abbiamo
  • no xe stagion = non è stagione (per indicare una generica non disponibilità dell’articolo)
  • la provi a zercar in Frìuli = non ne abbiamo
  • volentieri = abbreviazione di “volentieri Le fornirei l’articolo, ma non ce l’abbiamo”.

Arrivati in Germania, la primissima abitudine che ho fatto inconsapevolmente mia, è stata la drastica anticipazione nell’orario dei pasti. A chi non è capitato, al mare, di prendere in giro i tedeschi che si mangiano la pizza nel tardo pomeriggio? Eppure, eccoci qua. Nonostante lo stupore collettivo – anche nostro devo dire – noi, si cena alla tedesca! Ovvero alle 18.00 e volte pure prima.
Mi sento anche molto tedesca (o forse amburghese) perché uso la bicicletta quotidianamente. Non solo la preferisco alla macchina, ma pedalo a prescindere dalle condizioni metereologiche.
Pioggia. Neve. Vento. È lo stesso. Anche i bambini imparano prestissimo ad andare in bici. Prima dei due anni sanno usare la Laufrad (la biciclettina senza pedali in cui allenano l’equilibrio) e, già prima dei tre, sono in grado di andare in bicicletta. Col caschetto, ovvio. Anche per le nostre due figlie è stato così.
Nel tempo pure le abitudini alimentari hanno subìto qualche modifica. Un momento. La pasta, il riso carnaroli, la pizza, il grana, l’olio d’oliva il caffè (quello per la moca mica il beverone allungato), tutte queste sono costanti della nostra tavola che davvero non si toccano. Nel tempo, però, mi sono affezionata anche ad altri alimenti. Uno tra tanti, il Quark; un formaggio fresco dal sapore acidulo che ha un vastissimo impiego nella cucina tedesca. Lo adoro e lo compro sempre. Lo mangio pure la mattina, con i Müsli, nonostante gli sguardi di disapprovazione di Daniele che dopo tutti questi anni ancora non riesce a concepire una colazione senza le Macine. Cascasse il mondo, le Macine le dobbiamo comprare sempre, a costo di ordinarle su amazon.
Cos’altro? Sono cliente affezionata (ma non esclusiva) dei Lidl, partecipo periodicamente ai Flohmärkte e mi fanno impazzire le Tauschkiste o le cassette di oggetti zu verschenken. Ma queste sono altre storie e ve le racconto volentieri nei prossimi post.