Quando il Sole è femmina

Per mia grande sfortuna, non ci sono regole precise per stabilire il genere di un sostantivo tedesco. Ed è umanamente impossibile memorizzare il genere di tutti i sostantivi. L’italiano a volte mi aiuta (die Freude = la felicità), più spesso mi sbatte fuori strada: “sole” e “naso” in tedesco hanno ad esempio il genere femminile.

Sostantivi che, giureresti, davvero non possano che essere femminili, come “farfalla” oppure “coccinella” sono invece… maschili! E bisogna farsene una ragione. Inutile protestare, urlare e pestare i piedi. Non sarò io con questo post a cambiare migliaia di anni di evoluzione di una lingua.

Per fortuna, le regole ci sono e mi aiutano in questa guerra che il più delle volte mi appare impari e sleale. Insomma, pure io ho la mia età e non ho più una mente freschissima. Mi ci aggrappo con le unghie e con i denti alla grammatica. Cerco di memorizzarla durante il tempo libero. Insomma, ci metto del mio. Poi però arrivano 3000 eccezioni e mi vien voglia di urlare. E di nuovo protesto, urlo e batto i piedi.

E oggi è uno di quei giorni un po’ così, in cui la vita dell’emigrato mi sembra più difficile del solito. Uno di quei giorni in cui il tedesco non mi è amico. Uno di quei giorni in cui tutti i sostantivi mi sembrano del genere sbagliato (come fa il “sole” ad essere femminile, io nella mia mente me lo immagino uomo!!).

Una serie di eventi hanno contribuito allo stato d’animo presente.

  1. Ieri sera mia figlia di 5 anni mi ha “sverniciata” al gioco delle rime. Fin che giochiamo in italiano è una battaglia quasi ad armi pari (sempre tenendo conto che lei di anni ne ha quasi 6 e io quasi 34); d’un tratto mi butta là un: «… e cosa fa rima con Garten?» e io, non solo mi trovo in difficoltà, ma dopo quasi 24 ore non ho ancora trovato una risposta.
  2. Stamattina in una riunione tra colleghe per un attimo, solo un attimo giuro, ho perso il filo del discorso e improvvisamente ho perso mezz’ora di conversazione. Vuoto. Nero. Nulla. Per fortuna non sono stata interpellata.
  3. Quando è giunto il mio momento di parlare, mi sono sentita come una vecchia macchina arrugginita. Le parole sono uscite a stento, le frasi smezzate. Credo che, ad un certo punto, mi sia anche sfuggito un italianissimo “dunque”.
  4. Sempre stamattina mentre la portavo all’asilo, mia figlia più piccola (da biasimare come la sorella per la mia odierna depressione) mi ha corretto come segue: «Ti va se la prossima settimana invitiamo Tim da noi a giocare?» «Mamma, ma non si dice Tim, si dice Tiiim». Come avrò fatto a pronunciare male il nome Tim? Sono solo tre misere lettere. Tutti ovviamente hanno trovato lo scambio molto divertente. Tutti tranne la sottoscritta.

Oggi va così, lo accetto. So anche che domani andrà meglio e che questa è stata solo una giornata fastidiosa e che ne verranno altre. Domani mi riconcilierò con la lingua tedesca, coi sostantivi e il loro genere e pure con il “sole” donna. Promesso.

E comunque Garten fa rima con Karten oppure Arten, ho controllato adesso su Google come quella volta che sulla barra ho scritto: “come smontare i sedili posteriori della Fiat Grande Punto”. I grandi hanno i loro trucchetti. La prossima volta, cara Emma, ti “svernicio” io.

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L’arrabbiatura perfetta

«Che bello vivere all’estero», «Che esperienza!», «Che fortuna per te e le tua famiglia!». Verissimo. Sottoscrivo tutto; ma mica è sempre tutto così facile, anzi. Nella “vita fuoriporta” in Germania la cosa più difficile per me (per noi) è stata da subito la lingua. Chi l’avrebbe mai detto? Insomma, ci destreggiamo bene con l’inglese, guardiamo film e leggiamo libri in lingua originale. Il tedesco però… Il tedesco è un’altra cosa.

Il tedesco è una lingua bellissima che mi affascina e spaventa allo stesso tempo. È geometrica, ordinata, solida, e fortemente costruita attorno al verbo. Spesso, appena prima di pronunciare un sostantivo, bisogna letteralmente inspirare a pieni polmoni, per poi lasciarsi scivolare senza timore sulle sillabe. Giuro, mi sono sentita più orgogliosa di saper pronunciare senza intoppi Lohnsteuerbescheinigung* che di sapermi fare da sola la dichiarazione dei redditi.

La cosa che mi fa arrabbiare di più è che qui in Germania … non mi posso arrabbiare. Capita a tutti di volerne dire quattro a qualcuno. Magari la giornata non è stata delle migliori e proprio non ti va giù di farla passare liscia al prossimo. In fin dei conti l’incazzatura è una delle tue prerogative in quanto essere umano, ed è tuo sacrosanto diritto esercitarla di tanto in tanto (non troppo altrimenti sei un rompipalle). In un giorno qualsiasi, la signora distratta che ti parcheggia a un millimetro dalla portiera può passarla liscia senza problemi. Ma nel giorno sbagliato il fruttivendolo che con nonchalance ti allunga sorridendo il cestino di fragole ammaccate per 4 Euro lo vuoi giustamente strozzare. Non puoi veramente strozzarlo ma gli vuoi dire che … Ecco. Gli vuoi dire che …

Non posso semplicemente mandarlo a quel paese: non è carino, c’è altra gente intorno, probabilmente le bambine sono con me, e, adesso che ci penso, neanche so come si dice “vaffa” in tedesco. Tuttavia vorrei davvero, con grande cortesia, trovare le parole giuste per spiegargli che:

  1. mi rifiuto di pagare 4 Euro per delle fragole spiaccicate quando ce ne sono altre assolutamente preferibili in bella mostra;
  2. no, non voglio neanche quelle, il cestino è mezzo vuoto;
  3. e che, no grazie, quelle altre sono tutte verdi.

Ma è solo quando sbuffa, e mi fa gesto di prendermele da sola, che raggiungo l’apice della rabbia. Niente. Non esce niente. Neanche un suono. Arrabbiarsi in tedesco è difficilissimo! Alla fine mi rifila lui le prime, quelle spiaccicate…

Tedesco o non tedesco, l’incazzatura perfetta è, per lo più, una figura mitologia. È come l’onda perfetta o gli unicorni. Nella mia mente contorta l’incazzatura perfetta dovrebbe essere motivata, pungente, concisa, condita da un pizzico d’ironia (non troppa per non apparire debole) e soprattutto grammaticalmente corretta. Nella mente di chi si arrabbia (o forse solo nella mia) per un attimo, intorno, tutto tace. Nel silenzio più ossequioso dei presenti, l’arrabbiato, che ha ovviamente ragione, può dar sfogo con eleganza e destrezza alle sue ragioni.

Questo nella teoria. Nella pratica io vado in panico e penso più o meno questo:

Oddio, “cestina” è un sostantivo femminile o maschile? Mi viene da dire Schälchen**, ma non è la parola giusta. Dunque vediamo: Schale. Schale è la parola che cerco! Mannaggia c’è pure scritto. Genere? Mi viene da dire femminile. Mi suona femminile. Sarà sicuramente femminile. Dunque Die Schale. Che modo verbale uso? Congiuntivo? Ok, vado col congiuntivo e la forma di cortesia: Könnten Sie mir bitte sagen, warum …***. Oddio, no! Adesso viene l’interrogativa indiretta. Perché mi sono ficcata a fare proprio l’interrogativa indiretta? Mi raccomando Caterina, ricordati che il verbo va tassativamente alla fine. Il verbo? E che verbo uso?

Capite bene che anche una persona mediamente equilibrata, dopo dieci secondi di questi pensieri aggrovigliatissimi, ne esce esaurita. Il cervello fuma. Alla meglio dalla bocca non esce nulla. A me non va mai così bene. Un po’ sono testarda di mio, un po’ vorrei davvero un giorno sfoggiare una bellissima frase a effetto che, a voler essere onesti, non sono ancora riuscita a partorire neanche nella mia lingua natia. Perciò escono frasi senza senso, pasticciate, mozze e goffe. Grandi sorrisi. Perché, quando sono po’ nervosa, sorrido pure.

A fine giornata il fruttivendolo ricorderà di aver rifilato a una straniera di passaggio, una penosa cestina di fragole. Rivivrà con particolare gioia il momento in cui la straniera in questione lo ha ringraziato con grande impegno, giri di parole e grandissimi sorrisi.

Anche queste sono soddisfazioni.

* il Lohnsteuerbescheinigung descrive il reddito lordo percepito, le imposte e i contributi previdenziali pagati. Lo stesso documento che in Italia si chiama CUD
** Scodellina
** Potrebbe dirmi per favore perchè …