De inetta cucina

Piccoli trucchi per farcela… nonostante tutto

Non sono una brava cuoca. Non lo sono mai stata e non nutro illusioni rispetto al futuro.

Alcuni comportamenti tipici:

  • La compulsione. Su Facebook salvo tutti i post di cucina che mi capitano sott’occhio.
  • L’euforia. Adoro Cookist, Tasty e Food Boom. Una prima veloce occhiata al video esplicativo e… voilà, vengo colta da immediata euforia: “questa ricetta è facilissima!”.
  • Il fastidio. Dopo una più attenta analisi mi assalgono un misto di fastidio e delusione: perché in frigo non c’è mai nulla di quello che serve? A questo punto, se davvero mi sento molto motivata, esco di casa trafelata per fare la spesa. Almeno uno degli ingredienti non è MAI reperibile. Andrà bene lo stesso la fecola di patate al posto della maizena? Mistero.
  • La rassegnazione. Questa fase mi coglie molto presto, spesso dopo l’euforia della prima occhiata alla “facilissima” video-ricetta. A volte mi lancio ugualmente nell’ardita impresa. Annaspo nella rassegnazione quando, con l’acquaio stracolmo di stoviglie sporche, osservo i grumi nell’impasto (nei video l’impasto è SEMPRE privo di grumi). Nel frattempo la prole si affaccia con aria interrogativa alla porta della cucina per sapere che c`è per cena.
  • Il rifiuto. A quel punto preparo una pasta in bianco giurando e spergiurando che mai più mi imbarcherò in imprese simili.
  • L’intolleranza. L’intolleranza è per tutte voi care amiche (Elisa, Giulia, Clarissa) e per te mamma. Desidero, in fondo solo un po’ di comprensione e pietà. Quando, smarrita, vi chiedo delucidazioni in cucina mi aspetto indicazioni termiche e temporali precise, nonché misure perfette al grammo. Non sopporto frasi come “vedi tu”, “fai un po’ a occhio”, “aggiusta di sale”, “ti regoli tu”, etc. Siate precise, per la miseria!

Nonostante tutto, negli anni, mi sono creata a fatica un repertorio culinario che ripropongo in loop quando invito qualcuno a cena. Me la cavo discretamente in 5 o 6 piatti e quelli ripeto, sempre, senza eccezioni no matter what. A dire il vero, il primo invito a casa nostra riscuote un discreto successo.

Questo è quello che ho imparato nel tempo, ovvero piccoli trucchi utili:

Regola n. 1) – un buon timing. Far trascorrere tra il primo e il secondo invito un adeguato lasso temporale (ideale un annetto) in questo modo, con variazioni minime, è possibile fornire la falsa impressione di sapersela cavare in cucina.

Regola n. 2) – l’effetto esotico. Il fatto di essere una famiglia italiana aiuta alla grande. Lo straniero invitato a pranzo o a cena, si presenta generalmente con un’attitudine positiva: da una famiglia italiana si mangerà senz’altro bene, no? Spesso basta una buona (buona = al dente) pasta al ragù. Il ragù me lo cucina mia mamma, quando viene a trovarmi ad Amburgo, io lo conservo in freezer per le occasioni speciali (manco fosse il Sacro Graal), e poi lo spaccio come farina del mio sacco.

Regola n. 3) – investire sulle materie prime. A chi non piace una buona caprese come antipasto? A farla non ci vuole nulla, lo so perfino io…

A proposito di caprese. Oggi dovevo comprare dei pomodori. Capisco che Amburgo non sia la patria del pomodoro, capisco anche che i pomodori arrivino da lontano: Francia, Spagna, Italia, Olanda. Ma i prezzi… Vogliamo parlare dei prezzi? Si possono pagare 24,90 Euro al Kg per dei pomodori? Tristezza assoluta al pensiero dei pomodori italici, del pomodoro cuore di bue o dei pomodori di Pachino che ingurgito, come se non ci fosse un domani, quando torno affamata ad agosto in terra natia. Mica è una vita facile quella dell’emigrato!

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Torniamo alla mia inettitudine, poi chiudo. Non ho la pretesa di gabbare tutti. Solo gli ospiti occasionali ci cascano. Amici e famigliari conoscono la drammatica verità. L’altro giorno, a tavola, a momenti mi va di traverso l’acqua quando Emma, colta da un eccesso di apprezzamento, ha accolto il piatto di carotine crude e grana con un: “Wow mamma, che buono! Sei proprio una bravissima cuoca”. I figli sono pieni di sorprese.

 

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Questioni di testa

L’Odissea dei capelli all’estero e la “nonna Mio Mini Pony”

Da un sacco di tempo non dedico un po’ di tempo al blog. Stamattina a colazione, scorrendo Facebook, ho scoperto una cosa interessante. Il 30 Aprile si festeggia il National Hairstylist Appreciation Day. In questo specialissimo giorno si dovrebbero idealmente festeggiare gli Hairstylist (stilisti dei capelli?) di tutto il modo. Con un fiore, un biglietto di ringraziamento, un regalo o una buona mancia possiamo tutti ringraziare questi professionisti per la loro gentilezza, e i loro preziosi consigli.

Ecco uno spunto. Da tanto vorrei parlare di capelli, di capelli speciali. Capelli all’estero.

I capelli sono una questione delicata. Dopo anni di tormentate ricerche a volte si ha la fortuna di trovare la “persona giusta”. Il parrucchiere riveste un ruolo cruciale nella vita di molte donne: è più importante del medico di base e solo leggermente meno importante del fidanzato o marito.

Col parrucchiere-amico si può parlare di tutto, o stare in silenzio per un’ora senza provare disagio. Il parrucchiere-amico conosce il nome dei nostri genitori e quelli della prole, ha ben presente l’andamento della nostra settimana e sa anche quando fissare il prossimo appuntamento. Senza chiedere.

Prima della “vita fuori porta” ne avevo uno anch’io.

Al primo trasferimento negli U.S.A. dopo mesi disgraziati, passati tra code e cerchietti, ho dovuto prendere provvedimenti. Le occhiatacce di disapprovazione materna superavano le migliaia di chilometri di distanza e trapassavano implacabili lo schermo del computer. Mi sono lanciata in un primo tentativo.

Senza voler parlare dei prezzi esorbitanti dei saloni (ai quali, ahimè, bisogna sempre aggiungere la mancia), vorrei lamentare la totale incapacità di far fronte alla mia massa scomposta di ricci. La clientela media nella tranquilla cittadina di Walnut Creek aveva lunghe chiome di lisci capelli neri (alla Kim Kardashian) o biondi (alla Britney Spears). Mai vista in due anni una ragazza riccia dal parrucchiere e mai sentita così fuori posto in vita mia. Quasi, quasi mi veniva da scusarmi per non avere due metri di extensions.

In quell’occasione mi ha salvato solo il rientro in Italia, per Natale. Pericolo scampato. Potevo festeggiare con sembianze umane e incontrare senza imbarazzo amici e parenti. Mia mamma era sollevatissima.

Nei primissimi anni di vita tedesca mi sono tenuta lontana dai saloni per 3 semplici ragioni:

  1. i recenti traumi subiti
  2. i frequenti rientri in patria
  3. il timore della “nonna Mio Mini Pony”

Il terzo punto necessita chiarimenti.

Trovo Amburgo molto liberale. Piercing, tatuaggi, acconciature variopinte sono all’ordine del giorno, abbigliamento stravagante o moooolto casual, viene tollerato anche in ufficio. La creatività (o casualità a seconda dei punti di vista) nei vestiti o nelle acconciature passa davvero inosservata. Una sensazione liberatoria che in Italia ancora non sono mai riuscita a provare.

Sulla sedia del parrucchiere però il coraggio ti abbandona. Non è raro che la signora di fianco a te, diciamo sopra i sessanta, si lasci tingere i capelli di blu, mentre l’amica si fa consigliare tra un ciuffo leopardato e la frangetta fuxia. Capite come le attese famigliari siano conseguenti. Emma mi dice spesso che il suo colore preferito di capelli è il blu, Mia preferisce rosa oppure la coda arcobaleno come quella dei Mio Mini Pony.

Stabilito che davvero ho bisogno solo di una spuntatina e «no grazie, niente colore» arriva la chicca. La cosa che adoro e che all’estero diventa magicamente possibile. I capelli te li asciughi tu! La piega viene considerata a parte, ma generalmente a fine taglio ti viene allungato il phon, il set di spazzole (che ti puoi pure portare da casa) et voila’ ti sistemi i capelli come te li faresti tu in bagno dopo la doccia.

Per chi fosse interessato o necessitasse indicazioni ecco come ho inquadrato la mia “situazione capelli”:

  • colore: tinta Olia Garnier senza ammoniaca (da Rossman o Budni circa 4,50). In Italia credo un po’ di più;
  • parrucchirera (dopo lunghe e penose ricerche): Friseursalon Angela Kurlikov a Winterhude.

Bis bald!

L’arrabbiatura perfetta

«Che bello vivere all’estero», «Che esperienza!», «Che fortuna per te e le tua famiglia!». Verissimo. Sottoscrivo tutto; ma mica è sempre tutto così facile, anzi. Nella “vita fuoriporta” in Germania la cosa più difficile per me (per noi) è stata da subito la lingua. Chi l’avrebbe mai detto? Insomma, ci destreggiamo bene con l’inglese, guardiamo film e leggiamo libri in lingua originale. Il tedesco però… Il tedesco è un’altra cosa.

Il tedesco è una lingua bellissima che mi affascina e spaventa allo stesso tempo. È geometrica, ordinata, solida, e fortemente costruita attorno al verbo. Spesso, appena prima di pronunciare un sostantivo, bisogna letteralmente inspirare a pieni polmoni, per poi lasciarsi scivolare senza timore sulle sillabe. Giuro, mi sono sentita più orgogliosa di saper pronunciare senza intoppi Lohnsteuerbescheinigung* che di sapermi fare da sola la dichiarazione dei redditi.

La cosa che mi fa arrabbiare di più è che qui in Germania … non mi posso arrabbiare. Capita a tutti di volerne dire quattro a qualcuno. Magari la giornata non è stata delle migliori e proprio non ti va giù di farla passare liscia al prossimo. In fin dei conti l’incazzatura è una delle tue prerogative in quanto essere umano, ed è tuo sacrosanto diritto esercitarla di tanto in tanto (non troppo altrimenti sei un rompipalle). In un giorno qualsiasi, la signora distratta che ti parcheggia a un millimetro dalla portiera può passarla liscia senza problemi. Ma nel giorno sbagliato il fruttivendolo che con nonchalance ti allunga sorridendo il cestino di fragole ammaccate per 4 Euro lo vuoi giustamente strozzare. Non puoi veramente strozzarlo ma gli vuoi dire che … Ecco. Gli vuoi dire che …

Non posso semplicemente mandarlo a quel paese: non è carino, c’è altra gente intorno, probabilmente le bambine sono con me, e, adesso che ci penso, neanche so come si dice “vaffa” in tedesco. Tuttavia vorrei davvero, con grande cortesia, trovare le parole giuste per spiegargli che:

  1. mi rifiuto di pagare 4 Euro per delle fragole spiaccicate quando ce ne sono altre assolutamente preferibili in bella mostra;
  2. no, non voglio neanche quelle, il cestino è mezzo vuoto;
  3. e che, no grazie, quelle altre sono tutte verdi.

Ma è solo quando sbuffa, e mi fa gesto di prendermele da sola, che raggiungo l’apice della rabbia. Niente. Non esce niente. Neanche un suono. Arrabbiarsi in tedesco è difficilissimo! Alla fine mi rifila lui le prime, quelle spiaccicate…

Tedesco o non tedesco, l’incazzatura perfetta è, per lo più, una figura mitologia. È come l’onda perfetta o gli unicorni. Nella mia mente contorta l’incazzatura perfetta dovrebbe essere motivata, pungente, concisa, condita da un pizzico d’ironia (non troppa per non apparire debole) e soprattutto grammaticalmente corretta. Nella mente di chi si arrabbia (o forse solo nella mia) per un attimo, intorno, tutto tace. Nel silenzio più ossequioso dei presenti, l’arrabbiato, che ha ovviamente ragione, può dar sfogo con eleganza e destrezza alle sue ragioni.

Questo nella teoria. Nella pratica io vado in panico e penso più o meno questo:

Oddio, “cestina” è un sostantivo femminile o maschile? Mi viene da dire Schälchen**, ma non è la parola giusta. Dunque vediamo: Schale. Schale è la parola che cerco! Mannaggia c’è pure scritto. Genere? Mi viene da dire femminile. Mi suona femminile. Sarà sicuramente femminile. Dunque Die Schale. Che modo verbale uso? Congiuntivo? Ok, vado col congiuntivo e la forma di cortesia: Könnten Sie mir bitte sagen, warum …***. Oddio, no! Adesso viene l’interrogativa indiretta. Perché mi sono ficcata a fare proprio l’interrogativa indiretta? Mi raccomando Caterina, ricordati che il verbo va tassativamente alla fine. Il verbo? E che verbo uso?

Capite bene che anche una persona mediamente equilibrata, dopo dieci secondi di questi pensieri aggrovigliatissimi, ne esce esaurita. Il cervello fuma. Alla meglio dalla bocca non esce nulla. A me non va mai così bene. Un po’ sono testarda di mio, un po’ vorrei davvero un giorno sfoggiare una bellissima frase a effetto che, a voler essere onesti, non sono ancora riuscita a partorire neanche nella mia lingua natia. Perciò escono frasi senza senso, pasticciate, mozze e goffe. Grandi sorrisi. Perché, quando sono po’ nervosa, sorrido pure.

A fine giornata il fruttivendolo ricorderà di aver rifilato a una straniera di passaggio, una penosa cestina di fragole. Rivivrà con particolare gioia il momento in cui la straniera in questione lo ha ringraziato con grande impegno, giri di parole e grandissimi sorrisi.

Anche queste sono soddisfazioni.

* il Lohnsteuerbescheinigung descrive il reddito lordo percepito, le imposte e i contributi previdenziali pagati. Lo stesso documento che in Italia si chiama CUD
** Scodellina
** Potrebbe dirmi per favore perchè …