L’arrabbiatura perfetta

«Che bello vivere all’estero», «Che esperienza!», «Che fortuna per te e le tua famiglia!». Verissimo. Sottoscrivo tutto; ma mica è sempre tutto così facile, anzi. Nella “vita fuoriporta” in Germania la cosa più difficile per me (per noi) è stata da subito la lingua. Chi l’avrebbe mai detto? Insomma, ci destreggiamo bene con l’inglese, guardiamo film e leggiamo libri in lingua originale. Il tedesco però… Il tedesco è un’altra cosa.

Il tedesco è una lingua bellissima che mi affascina e spaventa allo stesso tempo. È geometrica, ordinata, solida, e fortemente costruita attorno al verbo. Spesso, appena prima di pronunciare un sostantivo, bisogna letteralmente inspirare a pieni polmoni, per poi lasciarsi scivolare senza timore sulle sillabe. Giuro, mi sono sentita più orgogliosa di saper pronunciare senza intoppi Lohnsteuerbescheinigung* che di sapermi fare da sola la dichiarazione dei redditi.

La cosa che mi fa arrabbiare di più è che qui in Germania … non mi posso arrabbiare. Capita a tutti di volerne dire quattro a qualcuno. Magari la giornata non è stata delle migliori e proprio non ti va giù di farla passare liscia al prossimo. In fin dei conti l’incazzatura è una delle tue prerogative in quanto essere umano, ed è tuo sacrosanto diritto esercitarla di tanto in tanto (non troppo altrimenti sei un rompipalle). In un giorno qualsiasi, la signora distratta che ti parcheggia a un millimetro dalla portiera può passarla liscia senza problemi. Ma nel giorno sbagliato il fruttivendolo che con nonchalance ti allunga sorridendo il cestino di fragole ammaccate per 4 Euro lo vuoi giustamente strozzare. Non puoi veramente strozzarlo ma gli vuoi dire che … Ecco. Gli vuoi dire che …

Non posso semplicemente mandarlo a quel paese: non è carino, c’è altra gente intorno, probabilmente le bambine sono con me, e, adesso che ci penso, neanche so come si dice “vaffa” in tedesco. Tuttavia vorrei davvero, con grande cortesia, trovare le parole giuste per spiegargli che:

  1. mi rifiuto di pagare 4 Euro per delle fragole spiaccicate quando ce ne sono altre assolutamente preferibili in bella mostra;
  2. no, non voglio neanche quelle, il cestino è mezzo vuoto;
  3. e che, no grazie, quelle altre sono tutte verdi.

Ma è solo quando sbuffa, e mi fa gesto di prendermele da sola, che raggiungo l’apice della rabbia. Niente. Non esce niente. Neanche un suono. Arrabbiarsi in tedesco è difficilissimo! Alla fine mi rifila lui le prime, quelle spiaccicate…

Tedesco o non tedesco, l’incazzatura perfetta è, per lo più, una figura mitologia. È come l’onda perfetta o gli unicorni. Nella mia mente contorta l’incazzatura perfetta dovrebbe essere motivata, pungente, concisa, condita da un pizzico d’ironia (non troppa per non apparire debole) e soprattutto grammaticalmente corretta. Nella mente di chi si arrabbia (o forse solo nella mia) per un attimo, intorno, tutto tace. Nel silenzio più ossequioso dei presenti, l’arrabbiato, che ha ovviamente ragione, può dar sfogo con eleganza e destrezza alle sue ragioni.

Questo nella teoria. Nella pratica io vado in panico e penso più o meno questo:

Oddio, “cestina” è un sostantivo femminile o maschile? Mi viene da dire Schälchen**, ma non è la parola giusta. Dunque vediamo: Schale. Schale è la parola che cerco! Mannaggia c’è pure scritto. Genere? Mi viene da dire femminile. Mi suona femminile. Sarà sicuramente femminile. Dunque Die Schale. Che modo verbale uso? Congiuntivo? Ok, vado col congiuntivo e la forma di cortesia: Könnten Sie mir bitte sagen, warum …***. Oddio, no! Adesso viene l’interrogativa indiretta. Perché mi sono ficcata a fare proprio l’interrogativa indiretta? Mi raccomando Caterina, ricordati che il verbo va tassativamente alla fine. Il verbo? E che verbo uso?

Capite bene che anche una persona mediamente equilibrata, dopo dieci secondi di questi pensieri aggrovigliatissimi, ne esce esaurita. Il cervello fuma. Alla meglio dalla bocca non esce nulla. A me non va mai così bene. Un po’ sono testarda di mio, un po’ vorrei davvero un giorno sfoggiare una bellissima frase a effetto che, a voler essere onesti, non sono ancora riuscita a partorire neanche nella mia lingua natia. Perciò escono frasi senza senso, pasticciate, mozze e goffe. Grandi sorrisi. Perché, quando sono po’ nervosa, sorrido pure.

A fine giornata il fruttivendolo ricorderà di aver rifilato a una straniera di passaggio, una penosa cestina di fragole. Rivivrà con particolare gioia il momento in cui la straniera in questione lo ha ringraziato con grande impegno, giri di parole e grandissimi sorrisi.

Anche queste sono soddisfazioni.

* il Lohnsteuerbescheinigung descrive il reddito lordo percepito, le imposte e i contributi previdenziali pagati. Lo stesso documento che in Italia si chiama CUD
** Scodellina
** Potrebbe dirmi per favore perchè …
Annunci

Cena con montagne russe

Ieri sera, in compagnia di alcuni amici, abbiamo portato i bambini a mangiare da Schwerelos. In realtà volevamo andarci noi adulti già da un po’, ma se dici che lo fai per i figli, ti metti al riparo nel caso l’esperienza si riveli un flop. Dare la colpa ai bambini funziona sempre. Invece no, è piaciuto a tutti, grandi e piccoli.

Schwerelos (letteralmente privo di peso/gravità) è uno dei nove ROLLERCOASTERRESTAURANT® al mondo. Il primo è stato inaugurato a Norimberga nel 2007. Dopo vari riconoscimenti (tra i quali il Thea Award nel 2012 come “World´s best Theme restaurant”), l’8 giugno 2015 è stato chiuso al pubblico e unicamente impiegato a scopo di training. Dopo il successo di Norimberga ha aperto, nel 2010, il ROLLERCOASTERRESTAURANT® di Amburgo. Il ristorante si trova ad Harburg, una zona non particolarmente centrale o allettante, ma in piena evoluzione, che nel 2013 ha già ospitato la bellissima “Internationale Gartenschau”. Dopo Amburgo sono stati inaugurati altri ristoranti. Ad oggi se ne contano quattro in Germania e cinque nel resto del mondo (Kuwait, Abu Dhabi, Vienna, Sotchi e Alton nello Staffordshire).

Veniamo al dunque. Il successo di Schwerelos è un sistema di binari che, percorrendo tutto il ristorante, raggiunge ciascun tavolo. Su brevetto mondiale dell’azienda HeineMack, delle piccole “slitte” consentono il trasporto dei cibi e delle bevande direttamente di fronte a chi le ha ordinate. Questo sistema geniale, e davvero coreografico (i binari sono in acciaio inox), funziona grazie a 17 ascensori che consentono il sollevamento delle slitte a 5 m d’altezza. E poi… via! La gravità spinge le ordinazioni giù, in basso, direttamente al tavolo.

Attorno a ciascuno dei tavoli, tutti circolari, possono sedersi fino a 13 persone, è dunque molto probabile trovare posto accanto a qualche estraneo. Le pietanze arrivano proprio al centro, in piccole pentoline tutte uguali. Le ordinazioni sono contrassegnate dal numero di posto a sedere e da un’etichetta, applicata sul coperchio, che ne descrive il contenuto. I cibi caldi sono ulteriormente segnalati, e decorati, da una scoppiettante fusetta. Oddio, ma come si chiamano quelle cose? Quelle stelline o stellette che si mettono in mano ai bambini a Capodanno? Quelle. Spero abbiate capito. Potete immaginare i bambini che faccia fanno, quando vedono arrivare queste pentoline con i “fuochi d’artificio” accesi sopra. I nostri hanno chiesto se per caso non si trattasse di una bomba.

IMG_4894

Schwerelos, Amburgo (Harburg), Maggio 2016

Altra peculiarità. Dopo una breve lezioncina sul funzionamento, le ordinazioni vengono prese autonomamente dagli ospiti attraverso touchscreen. A ciascuno viene fornita di una speciale carta elettronica, grigia per adulti e gialla per i bambini (non abilitata al consumo di alcolici), che consente di confermare l’ordinazione. Pericolo scampato! Un attimo di distrazione e la mia biondissima vicina di sedia, Chiara, di 4 anni, figlia della mia amica Giulia, in un secondo aveva virtualmente speso circa 125 euro. Se vi capita di andarci, tenete le carte lontanissime dalle manine appiccicose dei vostri figli.

Una volta capito come funziona il meccanismo, è un’esperienza davvero carina. Il personale è gentile. Il cibo è ok. Per non sbagliare, quando mangio “alla tedesca”, ordino Auflauf (una specie di sformato) a base di pesce o carne o verdure. Mi piacciono quasi sempre. Ma è tutta questione di gusti.

Pulizie di primavera e regali inaspettati

Tempo di trasloco? Pulizie di primavera? Peggio. Visita improvvisa della mamma o della suocera dall’Italia? La parola chiave è zu verschenken. Anzi: ZU VERSCHENKEN. Con un po’ di fantasia immaginate queste parole scritte su un foglietto svolazzante in pennarello nero, anzi, rosso. Adesso immaginate il foglietto svolazzante appiccicato alla buona accanto ad una serie di oggetti, collocati difronte all’ingresso di casa. Si tratta di un’altra peculiarità tedesca: accumulare gli oggetti che non servono più ed esporli davanti all’uscio domestico in regalo (verschenken = regalare) a chi si trova a passare da quelle parti.

IMG_2781.JPG

Övelgönne, Hamburg, Maggio 2016

Le collezioni più tipiche annoverano tazzine e bicchieri, tutti tassativamente spaiati. Libri. Molto spesso quelli che in casa venivano conservati nello stipetto – quello chiuso – della libreria, vicino al CD degli East 17. Ho visto tempo fa, giuro, Tödliche Lust. Ci ho messo un attimo … Ma dai!!! Basic Instinct.

Altre volte si possono scovare vere e proprie “chicche” letterarie. Vi racconto questa. Esco a fare jogging. Un po’ fuori allenamento al km 6 voglio davvero morire. Mi trascino senza speranza e senza convinzione aspettando che mi squilli il telefono, così ho davvero un motivo serio per fermarmi. E poi ecco un motivo, anzi, tre. Tre scatoloni panciuti contenenti libri, cartoline, una scatoletta piena di chiavi (???), e una specie di quadretto bruttino, regalato a qualcuno per il suo cinquantesimo compleanno – si legge ancora l’incisione zum 50. Geburtsatag -. Alla fine torno a casa con sei o sette libri e qualche vecchia cartolina di Ottensen, il quartiere in cui abito. Peccato, non ho nemmeno carta e penna per ringraziare…

IMG_2767.JPG

Övelgönne, Hamburg, Maggio 2016

Rientrata a casa vado a sbirciare su Wiki e scopro che, senza saperlo, sono diventata la nuova proprietaria di Man’yōshū (万葉集 – Raccolta di diecimila foglie -) la più antica collezione di poesie di waka in giapponese giunta fino a noi. Non tutta, solo una piccola parte. Ma guarda tu. Sfoglio un po’ il libro e non so perché ma questo regalo inaspettato, da parte di qualcuno che neanche conosco, mi ha cambiato la giornata.

Il tutto rientra nella preziosa filosofia del riutilizzo e del rifiuto dello spreco. Ciò che non serve più a me, magari può essere utile a qualcun altro. Non si tratta (solo) di risparmiare denaro. “Pescare”, anche regolarmente, dagli scatoloni zu verschenken non comporta particolari benefici finanziari. Te ne puoi tornare a casa soddisfatto con due libri e un quadretto per la cucina, ma ti toccherà comunque fare un salto in libreria, per il compleanno del tuo vicino di casa o, in profumeria, per la festa della nonna.

IMG_2764.JPG

Övelgönne, Hamburg, Maggio 2016

Devo ammetterlo, durante i miei primi mesi amburghesi pensavo spesso: «ma chi si porta via ‘sta roba?». Eppure qualcuno se la prende. Magari non tutta. Magari, dopo un week-end di esposizione agli elementi, la tazzina sbeccata finisce davvero nei rifiuti. Ad altri oggetti però viene offerta una seconda chance, una nuova vita a casa di qualcun altro.

Una precisazione.
Tutte le foto di questo post le ho scattate io, con la mano tremate e sudatissima dopo il tremendo sforzo sportivo. Lo so, la mia metà fa    un lavoro migliore (a ognuno il suo), ma si ostina a non voler fare jogging con me. Se vedo qualcosa di carino, fotografo, a prescindere dall’inquadratura sbagliata (troppo alta o bassa non ho ben afferrato la critica). Alla prossima!

 

La vita fuoriporta

Sapersi adattare

Da quando abbiamo cominciato la nostra vita fuoriporta, una frase ricorrente di Daniele ha cominciato a perseguitarmi. All’inizio mi irritava un po’, lo ammetto. A lungo andare ho cominciato a trovarla sempre più vicina alla realtà. Il concetto è questo: «Quando ci siamo trasferiti negli Stati Uniti sei diventata americana. Adesso che siamo in Germania sei tedesca». Che dire? Ha un po’ ragione.
L’aspetto che mi intriga di più quando visito per la prima volta un posto nuovo, sono le “usanze locali”. Quando vigono abitudini differenti rispetto a quelle che conosco da una vita, resto affascinata.

Prendiamo la California. Tema: abbigliamento. In quel frangente ho molto apprezzato l’assoluta noncuranza rispetto alla stagione dominante e al parere altrui. È estate ma io ho freddo? Mi metto il piumino e gli UGG col pelo. È inverno ma i piedi mi fano impazzire? Mi metto le infradito, anche con 3˚ C. Più di tutto trovo esilarante che nel weekend la gente esca di casa in pantofole e pigiama per andare a fare colazione da Starbucks. Con mezzo litro di caffè ghiacciato ovviamente.
Quest’ultima è un’abitudine che invece non mi è mai andata giù. Parlo dell’ossessione americana nel trasformare la temperatura esterna. Durante il nostro soggiorno oltreoceano ci siamo fatti questa idea: l’americano vive felice a 68˚ F (circa 18˚ C). D’estate, questo significa ghiaccio dappertutto. Montagne di ghiaccio in tutte le bibite, dal caffè al vino. Anche in quello rosso. Orrore! E poi un freddo terribile in tutti i centri commerciali, nei mezzi pubblici, negli ospedali, nei negozi. Chi è stato negli Stati Uniti sa benissimo di cosa parlo. Ai primi freddi, però, il taxi non è più un semplice mezzo di trasporto. Diventa una sauna a quattro ruote. E vai col riscaldamento al massimo. Se fuori ci sono un paio di gradi, è fondamentale stare dentro in maniche corte o canotta. Così è.
Un’altra consuetudine americana che apprezzo è l’incrollabile gentilezza del personale nei negozi. In tutti. Sempre. Daniele invece ne resta ugualmente intimidito e infastidito. La sua prima volta in un supermercato americano (Whole Foods se non ricordo male) ha cominciato a sistemare la spesa nelle buste sotto l’occhio esterrefatto dei presenti. Dopo un momento il ragazzo addetto a imbustare la spesa (sì, esiste davvero questa figura professionale) ha cominciato a strappargli la roba dalle mani. Let me help you, Sir. Did you find everything okay today? Ops. Prima regola memorizzata: mai imbustarsi la spesa da soli.

Da questo punto vista Daniele si trova più a suo agio con la schietta rudezza del commesso triestino. Una piccola collezione di frasi tipiche, per chi non conosce il genere:

  • no gavemo, no tignimo = non ne abbiamo
  • no xe stagion = non è stagione (per indicare una generica non disponibilità dell’articolo)
  • la provi a zercar in Frìuli = non ne abbiamo
  • volentieri = abbreviazione di “volentieri Le fornirei l’articolo, ma non ce l’abbiamo”.

Arrivati in Germania, la primissima abitudine che ho fatto inconsapevolmente mia, è stata la drastica anticipazione nell’orario dei pasti. A chi non è capitato, al mare, di prendere in giro i tedeschi che si mangiano la pizza nel tardo pomeriggio? Eppure, eccoci qua. Nonostante lo stupore collettivo – anche nostro devo dire – noi, si cena alla tedesca! Ovvero alle 18.00 e volte pure prima.
Mi sento anche molto tedesca (o forse amburghese) perché uso la bicicletta quotidianamente. Non solo la preferisco alla macchina, ma pedalo a prescindere dalle condizioni metereologiche.
Pioggia. Neve. Vento. È lo stesso. Anche i bambini imparano prestissimo ad andare in bici. Prima dei due anni sanno usare la Laufrad (la biciclettina senza pedali in cui allenano l’equilibrio) e, già prima dei tre, sono in grado di andare in bicicletta. Col caschetto, ovvio. Anche per le nostre due figlie è stato così.
Nel tempo pure le abitudini alimentari hanno subìto qualche modifica. Un momento. La pasta, il riso carnaroli, la pizza, il grana, l’olio d’oliva il caffè (quello per la moca mica il beverone allungato), tutte queste sono costanti della nostra tavola che davvero non si toccano. Nel tempo, però, mi sono affezionata anche ad altri alimenti. Uno tra tanti, il Quark; un formaggio fresco dal sapore acidulo che ha un vastissimo impiego nella cucina tedesca. Lo adoro e lo compro sempre. Lo mangio pure la mattina, con i Müsli, nonostante gli sguardi di disapprovazione di Daniele che dopo tutti questi anni ancora non riesce a concepire una colazione senza le Macine. Cascasse il mondo, le Macine le dobbiamo comprare sempre, a costo di ordinarle su amazon.
Cos’altro? Sono cliente affezionata (ma non esclusiva) dei Lidl, partecipo periodicamente ai Flohmärkte e mi fanno impazzire le Tauschkiste o le cassette di oggetti zu verschenken. Ma queste sono altre storie e ve le racconto volentieri nei prossimi post.